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Cinque storie per capire Steve Jobs, il creatore di Apple

Redazione MediaWorld19 FEBBRAIO 2025
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Quanto conosciamo davvero il fondatore del brand tech più famoso al mondo? Ecco 5 aneddoti per capire a fondo la sua vita e la sua filosofia.

Quest’anno Steve Jobs avrebbe spento 70 candeline. Nacque infatti il 24 febbraio 1955, e di lui il ricordo non si è mai spento nonostante la prematura morte nel 2011. Molti lo considerano ancora oggi un genio, un visionario. Una personalità così influente tanto da diventare una vera e propria icona contemporanea

Per conoscerlo e capirlo meglio abbiamo collezionato 5 aneddoti sulla sua vita per cercare di comprenderlo fino in fondo. 

L'inconfondibile dolcevita nero: la sua personale uniforme

Quando pensiamo a Steve Jobs l’immagine che si affaccia alle nostre menti è talmente iconica che ci accomuna tutti: figura slanciata, occhiali tondi e sottili, jeans e maglioncino nero con il collo alto. Ma perché Steve Jobs si vestiva sempre così? 

La scelta di questo outfit non è casuale. La preferenza per questa uniforme - e usiamo questa parola non a caso - risale ad un viaggio che lo stesso Jobs fece in Giappone, all’inizio degli anni Ottanta. 

Nel 1981 infatti si recò presso la Sony, che aveva di recente celebrato il 35esimo anno dalla nascita dell’azienda. Per l’occasione l’allora dirigente del colosso giapponese commissionò al noto stilista Issey Miyake una giacca da far indossare a tutti i suoi dipendenti per rafforzare il legame dei dipendenti, tra loro e con l’azienda.

Ispirato da questa filosofia, Jobs decise di commissionare a Miyake una divisa per se stesso, unica e personale. L’artista giapponese realizzò dunque il famoso dolcevita nero, senza piega sul collo e di un materiale simile ad una felpa. Uno stile minimal e pratico che si ritrova spesso nei prodotti ispirati da Jobs dell’azienda di Cupertino. Miyake fece arrivare a Steve Jobs un centinaio di capi, così da averne abbastanza per tutto il resto della sua vita.

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Il Macintosh 128k: il primo computer Apple libera il mondo

Era il 1980 quando Steve Jobs iniziò ad interessarsi al progetto Macintosh. Il computer non era certo una novità (uno dei primi PC commerciali risale al 1974) ma l’impronta di Jobs era destinata a rivoluzionare il mondo tech, arrivando sino ai giorni nostri. Il primo esemplare, il Macintosh 128k, fu commercializzato nel 1984. 

Si distinse, sin da subito, per una serie di caratteristiche impareggiabili per l’epoca. Fu uno dei primi computer cosiddetti all-in-one, ovvero con schermo e computer vero e proprio insieme in una singola unità, un singolo pezzo. Introdusse al grande pubblico un’interfaccia basata su menù, icone, finestre. Presentava di serie, quindi subito disponibili e non venduti separatamente, mouse e tastiera. Insomma un computer volutamente facile ed intuitivo da usare. 

A fare la storia non fu soltanto il Macintosh 128k come dispositivo, ma anche il relativo spot pubblicitario firmato da un altro nome iconico: il regista Ridley Scott. Il 1984 era, d’altronde, un anno particolare che riecheggia atmosfere apocalittiche e distopiche grazie al celebre romanzo di George Orwell. Per questo la Apple si presentò, in quell’anno, come la liberatrice del mondo dal giogo cui era stato costretto fino a quel momento. La voce fuori campo, alla fine, dice: «Vedrete perché il 1984 non sarà come ‘1984’»

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Steve Jobs ha vinto anche un Oscar: l’esperienza Pixar  

Sapevate che Steve Jobs ha fatto parlare di sé anche al cinema? Non solo, ha anche vinto un Oscar, ovvero il riconoscimento più importante per il mondo del grande schermo. 

Nel 1986 Steve Jobs decise di investire in una (allora) semisconosciuta divisione della Lucasfilm di George Lucas. La Pixar - che oggi è una dei principali protagonisti nel cinema di animazione - era da poco diventata autonoma, ma navigava in pessime acque. In quello stesso anno Jobs era stato estromesso dalla sua Apple, e dedicò la sua attenzione principalmente su questo nuovo progetto. 

John Lasseter (un altro nome importantissimo per l’industria cinematografica), allora direttore creativo, convinse Steve Jobs a realizzare un corto di animazione. Dopo Luxo, un cortometraggio con protagonista una lampada da tavolo saltellante, Jobs investì ulteriormente nella produzione di un film realizzato in computer grafica dal titolo Tin Toy. 

Fu questo ad aggiudicarsi l’ambito premio, oltre al primato di primo film realizzato al computer a vincere un Oscar. Sul palco dopo il consueto discorso di ringraziamento, Lasseter urlò: «Steve Jobs! Steve Jobs! Thank you very much!».

Ti sembra familiare? Questo fu infatti il cortometraggio Pixar che gettò le basi per l'idea della produzione di Toy Story!

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Gli Stevenotes: le presentazioni Apple che lasciavano il segno

Lo stile di Steve Jobs nelle presentazioni al pubblico fu tale da aggiudicarsi un vero e proprio termine ad hoc: Stevenotes. Questo è un termine colloquiale che sta ad indicare proprio i discorsi che aprivano fiere o grandi eventi dedicati alla tecnologia, i cosiddetti keynote. 

I keynote di Steve Jobs erano affascinanti poiché presentavano una serie di dati e informazioni relative ai dati di vendita. Dopodiché Steve Jobs fingeva una conclusione e faceva quasi per andar via. Si girava verso il pubblico come se avesse improvvisamente ricordato, solo all’ultimo minuto, una cosa importante: «But there’s one more thing…», ovvero «C’è ancora un’altra cosa». 

Era questo l’espediente che utilizzava per introdurre i nuovi prodotti e presentarli al pubblico, cogliendolo spesso di sorpresa e mandando tutti in visibilio per la novità. 

Siate affamati, siate folli: l’invito ai giovani che oggi è un motto

Forse la più iconica citazione di Steve Jobs, «Stay hungry, stay foolish» (traducibile con: siate giovani, siate folli) è diventata ormai un motto soprattutto per i giovani. 

Questa frase deriva da un discorso che Jobs stesso pronunciò a Stanford nel 2005, quando ricevette la laurea ad honorem presso il prestigioso ateneo statunitense. Nella sua semplicità, quella frase è diventato un invito generazionale ad inseguire i propri sogni, a non abbandonare mai quella sana follia tipica dell’adolescenza. A non placare mai la fame di conoscenza che porta a scoprire sempre nuove cose, nuovi orizzonti, ogni giorno.